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Dollaro ai massimi da 14 anni

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Sul mercato dei cambi il focus della settimana entrate rimarrà sul dollaro statunitense, che recentemente è salito ai massimi a 14 anni nei confronti del paniere delle principali divise internazionali, a seguito del meeting dela Federal Reserve dello scorso 14 dicembre che, oltre ritoccare verso l’alto il costo del denaro di 25 punti base, ha scelto di rivedere al rialzo le proprie proiezioni sul numero di rialzi dei tassi dell’anno prossimo. Come noto, infatti, l’istituto monetario statunitense ha scelto di rivedere da due a tre i rialzi dei tassi di interesse proiettati, anche se la situazione ci sembra essere sufficientemente aleatoria dal prendere con la dovuta cautela gli auspici dell’istituto di Yellen.

Quanto sopra ha spinto il cambio euro/dollaro sotto quota 1,05 e il dollaro/yen in area 118. Effettivamente, buona parte degli analisti hanno già rivisto al ribasso il profilo atteso della valuta unica europea su tutto l’orizzonte temporale di previsione: 1,03 (a 1 mese), 1,05 (a 3 mesi), 1,07 (a 6 mesi), 1,10 (a 12 mesi) 1,15 (a 24 mesi). Pertanto, gli analisti puntano sull’euro in deprezzamento per questa parte di dicembre e per buona parte di gennaio e, dunque, una lenta risalita, molto graduale, sicuramente non continua, che condurrà la valuta unica europea a recuperare il terreno perso in questi anni.

Per quanto concerne le risorse di base, dopo il forte calo rilevato in seguito della conclusione del meeting della Federal Reserve, si stabilizzano i prezzi petroliferi. Il rialzo dei tassi di interesse di riferimento ha infatti rafforzato il dollaro statunitense, la moneta in cui sono espressi la maggior parte dei derivati finanziari delle materie prime, per un movimento che ha, di fatto, indirizzato i flussi di liquidità fuori dalle commodity.

Ad ogni modo, smaltito quanto accaduto sul fronte monetario, è sempre opportuno cercare di tornare però ai fondamentali, in cui la previsione di un’offerta meno ampia nel 2017, con gli annunciati tagli dell’output da parte di OPEC e produttori non-OPEC (Russia in primis) è rapidamente tornata a far sentire il suo effetto portando WTI e Brent rispettivamente a 50 a 54 dollari al barile. Prevediamo, in tal proposito, che il 2017 possa anche rappresentare il momento dell’appiattimento del gap differenziale tra i due indicatori di riferimento nel mondo del greggio.

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