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Forex, crescita economica USA più debole del previsto influenzerà il FOMC?

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Mentre mancano oramai pochi giorni al FOMC del 21 settembre, l’attenzione degli analisti è tutta ai preparativi del meeting che potrebbe (difficile) portare in dote un rialzo dei tassi di riferimento. Tra i dati macro più discussi vi è certamente quello legato alla crescita economica statunitense: è sufficiente robusta per influenzare positivamente la Fed?

Per rispondere a ciò cominciamo con il ricordare che effettivamente la crescita economica americana ha continuato a deludere, con un secondo trimestre solo poco più forte del primo, in progressione dell’1,1% t/t ann. e 0,8% t/t ann., rispettivamente. Nonostante ciò, la Fed sembra essere ottimista e, come ricordato dalla n.1 dell’istituto Janet Yellen, “anche se la crescita economica non è stata rapida, è stata sufficiente a generare ulteriore miglioramento del mercato del lavoro”.

Ricordiamo altresì come prima della pubblicazione delle indagini ISM di agosto, il quadro congiunturale appariva in miglioramento e più solido di quanto emergesse dalla crescita aggregata del PIL del primo semestre, peraltro frenata anche dall’ampia correzione delle scorte. Gli indicatori dei consumi, delle costruzioni residenziali e del mercato del lavoro sono in linea con la prosecuzione di una ripresa moderata. La dinamica del reddito disponibile reale resta solida (2,8 per cento a/a in media da inizio 2016), grazie al trend positivo del reddito da lavoro e alla liberazione di potere d’acquisto generata dal livello storicamente basso del prezzo della benzina.

Per quanto concerne ancora la fiducia delle famiglie, l’indagine della NY Fed mostra delle aspettative di crescita del reddito mediano fra 1 anno a 2,8% e della spesa di 3,8%. Il tasso di risparmio è stabilizzato fra 5,5% e 6% dal 2015.

Alla luce di ciò, è ben possibile affermare che il quadro economico sia valutabile positivamente, anche se il trend dei dati non è così robusto da poter influenzare in misura decisiva gli orientamenti in seno al FOMC, che dunque dovrebbe presentarsi all’appuntamento di dopodomani con una visione abbastanza divisa al proprio interno. Quanto sopra è dunque traducibile nell’aspettative di un rinvio della decisione di rialzare i tassi di interesse: una scelta che, presumibilmente, non verrà assunta nemmeno in occasione del prossimo meeting di novembre, troppo a ridosso di un altro evento (le elezioni presidenziali USA) che catalizzerà l’attenzione del mondo. Più probabile invece un ritocco nella successiva riunione di dicembre, a un anno esatto dal precedente rialzo.

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