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Forex USD: l’occupazione non è più un mantra?

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Negli ultimi mesi abbiamo avuto modo di ricordare più volte quanto fosse importante il monitoraggio sull’andamento del mercato del lavoro, e – in particolare – quanto sia importante constatare un continuo decremento del tasso di disoccupazione, al fine di supportare la scelta della Federal Reserve di incrementare i tassi di riferimento sulle operazioni di rifinanziamento.

In realtà, gli ultimi tempi hanno suggerito un’ulteriore visione: quella secondo la quale non solamente il dato sul mercato del lavoro starebbe passando in secondo piano in relazione a gravi fattori esogeni (si pensi alle difficoltà cinesi) quanto anche la visione secondo cui starebbe passando in secondo piano rispetto ad altre informazioni macro (come il Pil).

Quanto sopra ci conduce altresì ad un discorso prettamente allargato. Se infatti è vero che gli Stati Uniti hanno un tasso di senza lavoro sceso al 5,1% e, se è vero che l’America ha creato 1,7 milioni di nuovi impieghi da gennaio, è anche vero che sullo stesso territorio a stelle e strisce si registra una povertà che è oramai da tempo ai massimi degli ultimi 52 anni, quasi il 15% della popolazione, 47 milioni di persone, 10 milioni più del 2007.

Dunque, il dato sulla disoccupazione, con livelli che sono solo mezzo punto sopra la media del biennio precedente la grande recessione, è positivo eppure non accontenta nessuno, tecnici compresi. E a convincere la Fed al vertice del 16 e 17 settembre che era meglio aspettare prima di far scattare la prima stretta monetaria in nove anni ha contribuito, non in piccola misura, proprio l’occupazione, seppure – a nostro giudizio – in misura limitata rispetto ai fattori esterni.

Lo stesso quotidiano Il Sole 24 Ore ricordava in proposito che lo stimolo dei tassi a zero, ancora oggi mette la gente al lavoro, e che la qualità del risanamento è ancora oggi al principale centro dei dubbi e delle polemiche: il tasso di partecipazione alla forza lavoro è fermo ai minimi dagli anni Settanta, tradendo la presenza di ampie sacche di americani scoraggiati e usciti anche dalle statistiche. Se a ciò si aggiunge che salari e redditi medi sono a loro volta stagnanti, sintomo della persistente incertezza e scarso potere contrattuale dei dipendenti tipico di fasi ancora depresse, il quadro è ben poco meritevole.

Contraddizioni, anche queste, di una crisi unica nel suo genere, i cui strascichi non sono ancora stati totalmente riassorbiti dall’economia più importante del mondo.

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